Miemo, Toscana.

 

Ero stato a Miemo, in provincia di Pisa circa 30 anni fa. In sella ad una Gilera, che avevo comprata usata  dal figlio di quello del bar. Non aveva l’aria di andare lontano , e finì sotto le macerie di una casa che gli crollò addosso. In una notte di tregenda.

La scorsa Domenica ci sono tornato. Spinto dal ricordo, più che dalla voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Quasi impossibile percorrere la statale che conduce al piccolo borgo, e che tutto dà, meno che l’idea di essere un luogo ameno. Ma vale la pena, percorrerla.

Si snoda dalla Sterza fino alla strada che collega Volterra a Cecina, percorrendo il fondo valle, per quasi 20 km.  Ai lati, due coste di montagne coperte di macchia e bosco, impenetrabili. Per km non si vede un anima viva.  Sparse lungo il percorso,  ai bordi della fondo valle,  poche case e tutte con  con cartello vendesi. Ispirano tenerezza. Non si riesce neanche a immaginare a quale trattativa si potrebbe imbastire  per il loro acquisto. Discuterne il prezzo, sarebbe come chiedere  a un derviscio, se mentre danza, patisce mal di stomaco. Non appare  neanche la lontana possibilità di qualcuno che potrebbe venire qui, a  rifarsi un esistenza. L’abbandono che ispirano queste contrade è sacro.

Il manto stradale non viene sistemato, probabilmente da quando è stato fatto. A chi servirebbe ?  Appena voltato la strada per immettersi nello sterrato che conduce a Miemo, sulla sinistra una casa disabitata. Il tempo ha sistemato tutto anche lì. Salendo mi sarebbe piaciuto sentire una radio accesa provenire da qualche finestra. Qualche gallina nell’aia ? Piccioni ? Neanche l’ombra.  Era sera, ieri quando sono arrivato nella corte di Miemo.

 

Miemo

 

Mentre salivo lemme, le rampe polverose,   il sole affogava nella salsedine, che il vento di maestrale, aveva spinto oltre l’orlo delle colline che guardano la costa, di là.

L’aria gialla e dorata, puntava diritta su un cartello di divieto di accesso che mi sono preso la briga di eliminare da tutte le foto. Chiedo all’unica persona che vedo dove posso parcheggiare. Mi risponde con quella indifferente sufficienza di cui i toscani sono eroi e martiri, “dove vuole “. Sicuro che sarei rimasto il tempo necessario per levarmi dalle scatole.

 

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Addentratomi nel borgo, questo è cio che rimane. Porte chiuse e finestre sprangate. L’unico rumore la fontana dove un tempo le donne del paese lavavano i panni.  Tutto intorno una pace siderale che prelude al colpo finale. Unico cenno di vita i fiori nei vasi, e l’erba appena rasata. Segno che qualcuno, almeno lo scorso anno qui deve averne piantati. E due mollette per i panni stecchite.

 

 

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